Street art, murales, intelligenza artificiale, 3D, bellezza e amore come si coniugano? C’ha pensato Cupydo con il suo piccolo (grande) museo di arte contemporanea a Milano, Milano Dorino. Non potevamo che intervistare questo singolare artista che ci parla del suo museo con una delle flash interview di Mostrami… passiamo subito a lui la parola!

Chi è Cupydo prima di essere uno street artist?
Ecco, passiamo subito alla domanda successiva! Scherzi a parte, chiedere a un artista che si nasconde dietro un passamontagna giallo, di cui non si conosce quasi nulla, cosa faccia al di fuori dell’arte è un po’ azzardato. Però cercherò di stare al gioco, senza svelarmi troppo.
Posso dire che Cupydo, al di fuori della street art, è un ragazzo con la testa tra le nuvole, a cui piace molto viaggiare, con un bellissimo accento napoletano. Si divide tra Napoli, la città in cui è nato, e Milano, quella in cui oggi risiede e dove ha realizzato buona parte dei suoi sogni.
Ecco, se dovessi definire Cupydo al di fuori della street art con una sola parola, direi che è un sognatore.

Cosa ti ha portato ad avvicinarti all’arte urbana e perché hai scelto questo nome d’arte?
Domanda molto interessante, che forse non mi era mai stata fatta nelle precedenti interviste e alla quale ho piacere di rispondere.
Se ci penso, è anche piuttosto divertente il modo in cui mi sono avvicinato all’arte urbana, perché tutto è nato da un dissing (nda – confronto verbale molto acceso, termine usato nella cultura hip hop) con un altro artista. Un giorno se ne uscì con la frase: «Tu non sei nessuno, non esponi nemmeno nelle gallerie».
Ecco, la mattina seguente mi sono presentato al sottopasso di Molino Dorino e ho lasciato lì il mio primo intervento: una frase a caratteri cubitali, proprio all’ingresso: «THE ART SYSTEM IS MY BITCH»!

Non sapevo ancora che, da lì a poco, quella semplice frase avrebbe dato vita a un susseguirsi di installazioni, murales e collaborazioni, fino alla nascita di un vero e proprio museo a cielo aperto: libero, democratico e accessibile a tutti (nda, questo è assolutamente in linea con la spinta culturale di Mostrami)!
Ah, e tornando al mio personale “odiatore seriale”, vorrei dirgli che, dopo la nascita del museo, sono arrivate anche le gallerie. Alcune anche di rilievo internazionale, come dimostra la recente collaborazione con la Glauco Cavaciuti Arte, con la quale a breve sveleremo alcune opere molto “particolari”, nel classico stile provocatorio di Cupydo.
Per quanto riguarda invece la scelta del mio nome d’arte, è sicuramente legata alla mia passione per la mitologia: cercavo un personaggio familiare a tutti, capace di esprimere amore, libertà e leggerezza. E quindi, quale dio, se non Cupido, poteva racchiudere tutto questo?

Il tuo lavoro mescola muralismo tradizionale, stampa 3D e intelligenza artificiale: come si è evoluto nel tempo il tuo linguaggio artistico, e cosa ti ha spinto a integrare queste tecnologie nella street art?
Più che una scelta, è stato quasi un percorso obbligato; la decisione di portare nel mondo della street art elementi come l’intelligenza artificiale e la stampa 3D non è altro che un’estensione del mio movimento artistico, il Coesionismo, fondato nel 2022.
Il “Coesionismo” nasce dal dialogo tra arte tradizionale e arte digitale. Quando poi è nato il mio amore per la street art, è stato quasi spontaneo portare questo dialogo anche all’interno di questo nuovo universo. Il Coesionismo, infatti, nasce proprio con l’intento di unire, attraverso un dialogo intimo, forme d’arte differenti, senza che una prevalga mai sull’altra, ma facendo in modo che l’una completi l’altra.

Come è nata l’idea di trasformare il sottopasso di Molino Dorino in un museo a cielo aperto? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che quello spazio poteva diventare qualcosa di più di un semplice muro?
Diciamo che non c’è stato un vero momento preciso. Il bello della street art è proprio questo: potersi sentire liberi, non avere scadenze, termini né obblighi.
Tra l’installazione di un’opera e quella successiva possono passare giorni, così come mesi. È stato l’insieme di queste opere, e soprattutto la loro permanenza nel tempo, a far sì che quel sottopasso si trasformasse pian piano in un museo, fatto di percorsi e logiche artistiche ben definite.
Non è stato quindi un progetto nato già completo nella mia testa: è qualcosa che ha preso forma nel tempo, opera dopo opera.

Così come il nostro Open City Art (OCA Milano), anche tu definisci il museo “uno spazio in continua trasformazione”: cosa significa in pratica, e come decidi quando un’opera è “conclusa” o quando invece deve lasciare spazio a qualcos’altro?
Innanzitutto, mi prendo qualche riga per fare i complimenti allo splendido progetto Open City Art (OCA), (nda: grazie!!!) che portate avanti giorno dopo giorno con tanto impegno e amore. Vedere le saracinesche dei negozi trasformarsi in tele è davvero qualcosa di meraviglioso.
Per quanto riguarda invece il Cupydo’s Way Museum, non c’è una vera e propria logica che stabilisca quando un’opera debba considerarsi conclusa o quando debba essere sostituita. Diciamo che lasciamo un po’ tutto al caso.
Posso dire, però, con un pizzico di orgoglio, che da quando ho iniziato a portare opere, installazioni e murales nel sottopasso, nessun artista ha mai pensato di coprire un mio lavoro. E lo stesso rispetto cerco di averlo io nei confronti delle opere altrui.
Quindi, più che “lasciare spazio” a qualcos’altro, cerchiamo sempre di “trovare spazio” per qualcos’altro. E non è sempre facile, perché ormai il sottopasso è davvero stracolmo di arte e colori.

Molino Dorino è un luogo di passaggio quotidiano per centinaia di persone: come pensi che il museo abbia cambiato il modo in cui i cittadini vivono quello spazio?
Lo ha cambiato totalmente, e questo posso dirlo a voce alta.
È qualcosa che capisci davvero soltanto quando quel sottopasso lo vivi quotidianamente, quando la tua presenza diventa costante, quando inizi a riconoscere — e a essere riconosciuto — dalle tante persone che attraversano quel luogo ogni giorno.
Ci sono cittadini che mi fermano per complimentarsi, ma soprattutto per scambiare due parole sulla vita quotidiana, parlare del più e del meno, non necessariamente di arte. Forse è proprio questo uno degli aspetti più innovativi di questo museo urbano.
Solitamente siamo abituati a immaginare chi fa street art come qualcuno che si muove di notte, nascosto. Io, invece, faccio quasi sempre tutto alla luce del sole. Questo permette alle tante persone che attraversano il sottopasso di incuriosirsi, fermarsi e chiedermi cosa stia facendo.

Una delle cose più belle è ritrovare dei bigliettini con frasi di stima e di affetto nei miei confronti, oppure piccole opere che alcune persone realizzano e mi lasciano in dono. Altre volte qualcuno mi scrive direttamente su Instagram per avvisarmi che un’opera è stata vandalizzata o rubata.
Essere riuscito a creare una comunità composta non necessariamente da artisti, ma da persone che vogliono prendersi cura di quel luogo e salvaguardarlo, mi riempie il cuore di gioia. E ogni giorno le ringrazio, perché se il Cupydo’s Way Museum esiste è anche, e soprattutto, grazie a loro.
Che ruolo hanno le comunità di street artist storiche della zona nel tuo progetto? Come nasce il dialogo tra generazioni artistiche diverse?
Il ruolo delle crew storiche è stato, e rimane tuttora, fondamentale per la crescita e lo sviluppo di questo piccolo grande museo di street art di Milano.
Quella a cui sono sicuramente più legato è la PNP Crew, con la quale ho avuto fin da subito un dialogo diretto, in particolare con i fondatori Leone e Cyber. Si sono sempre dimostrati persone aperte al confronto, che hanno preferito costruire ponti anziché alzare muri.
L’ho capito fin dall’inizio, quando ho chiesto loro il permesso di integrare le mie opere con i loro straordinari graffiti, creando un vero e proprio dialogo tra linguaggi differenti.
Vedere le mie installazioni di ispirazione rinascimentale dialogare con il loro graffitismo wild style è qualcosa di estremamente emozionante. Lo stesso vale per le installazioni stampate in 3D, che entrano in relazione con i loro murales.
È proprio nell’incontro tra linguaggi, tecniche e generazioni differenti che, secondo me, nascono alcune delle cose più interessanti.

La Venere di Cupydo è stata danneggiata e poi data alle fiamme: cosa hai provato in quei momenti, e perché hai scelto di leggere anche un lato “romantico” in un gesto così distruttivo?
Questa è una vicenda che, ogni volta che viene raccontata, mi riapre una piccola ferita, perché solo noi artisti sappiamo davvero cosa c’è dietro un’opera: le tante ore di lavoro necessarie per realizzarla, il tempo impiegato per installarla e, naturalmente, anche i costi dei materiali.
Pensare che qualcuno, in un secondo, possa prendere un accendino e darle fuoco senza un apparente motivo credo farebbe arrabbiare chiunque.
Sono riuscito, però, a trovarci anche un lato romantico, perché ho avuto quasi la sensazione che quell’opera non volesse morire. Non voleva darla vinta a chi aveva deciso che non dovesse più esistere.
L’opera era realizzata con materiali semplicissimi — carta, plexiglass e scotch — e avrebbe potuto tranquillamente incenerirsi completamente in pochi secondi. E invece no: soltanto la parte centrale è stata colpita, mentre quelle laterali, seppur evidentemente danneggiate, sono rimaste visibili.
Mi piace pensare che, in qualche modo, l’arte si sia ribellata alla distruzione, a quella mano che aveva deciso che la ferocia dovesse vincere sulla bellezza. Ma così non è stato.

Consideri il vandalismo un rischio inevitabile della street art o, in qualche modo, parte integrante del linguaggio e del significato delle tue opere?
Realizzare graffiti o murales, così come distruggerli, può ricadere, a seconda dei casi, nell’ambito di condotte sanzionate dalla legge. Quindi già sul concetto stesso di “vandalismo” ci sarebbe molto di cui parlare.
Personalmente credo che un atto distruttivo nei confronti di un’opera d’arte possa avere un senso solo quando dietro quell’atto esiste un messaggio, un pensiero: che sia di protesta, di ribellione o di contestazione, purché non sia dettato semplicemente dalla stupidità, dall’ignoranza o dalla noia.
Potrei persino arrivare a comprendere chi stacca una mia opera dal muro per portarsela a casa. Non posso, invece, comprendere chi la stacca soltanto per lasciarla lì, buttata per terra.
Per cercare di limitare il fenomeno del vandalismo, evito di mettere firme o indicazioni di tiratura sulle opere che installo. Cerco inoltre di utilizzare materiali molto semplici e spesso fragili, in modo che l’opera possa rompersi nel momento in cui qualcuno tenta di staccarla dal muro.
Soprattutto, realizzo lavori facilmente riproducibili: se qualcuno li porta via o li distrugge, il giorno dopo posso essere già pronto a rimetterli al loro posto.
Questo richiama, in qualche modo, la teoria delle finestre rotte: se qualcuno vede un edificio abbandonato con una finestra rotta, sarà più portato a romperne un’altra, poi un’altra ancora, fino a contribuire al degrado dell’intero luogo. Se, invece, quella finestra viene riparata subito, è molto meno probabile che qualcuno senta il desiderio di essere il primo a romperne un’altra.
Ed è esattamente ciò che cerco di fare nel museo: ripristinare tutto il prima possibile, lasciare bellezza al posto della distruzione, in modo che a nessuno — o quasi — venga voglia di “lanciare la prima pietra”.
Ti farà piacere sapere che abbiamo inserito il tuo piccolo grande museo nella nostra mappatura di street art italiana. Ultima domanda per chiudere questa nostra bella intervista. Qual è, se c’è, il messaggio sociale o culturale che vuoi che le persone portino via attraversando il sottopasso? Cosa vorresti che Molino Dorino rappresentasse per Milano tra qualche anno?
L’unico messaggio che vorrei lasciare alle persone che vivono quotidianamente quel sottopasso è quello di sognare sempre, e di sognare in grande.
Perché una mattina qualunque un comune mortale si è svegliato e ha deciso che quel sottopasso sarebbe dovuto diventare un museo. E, piano piano, sta succedendo davvero.
Naturalmente sognare non basta: servono impegno, costanza e dedizione. E soprattutto serve amore verso ciò in cui si crede.
Spero che un giorno il Cupydo’s Way Museum possa rappresentare per Milano un importante luogo di interesse artistico: uno spazio in cui il dialogo tra arti differenti abbia dato vita a qualcosa che prima non esisteva.
Mi piacerebbe che venisse ricordato anche come il luogo in cui l’idea di un singolo artista è riuscita a coinvolgerne tanti altri, fino a creare uno spazio urbano caratterizzato da nuovi linguaggi artistici, nuove regole e nuove logiche.

Guardando al futuro: dove vorresti che arrivasse il Cupydo’s Way Museum, e pensi che questo modello — arte urbana permanente e mutevole in un luogo di passaggio — possa essere replicato in altri contesti della città o altrove?
Se devo sognare in grande, come sono abituato a fare, vedo il Cupydo’s Way Museum diventare un punto di riferimento per l’arte urbana ultracontemporanea: un luogo in cui il qui e ora si manifesta attraverso i colori, la tecnologia e, soprattutto, attraverso nuove tecniche e nuovi linguaggi artistici.
Non so se questo modello sia facilmente replicabile in altri contesti. Come dicevo prima, affinché il Cupydo’s Way Museum mantenga salda la propria identità, è necessaria una presenza costante da parte di chi vuole trasformare un semplice luogo di passaggio in qualcosa di straordinario.
Serve una cura continua, una sorta di manutenzione quotidiana: qualcosa che difficilmente può avvenire in qualsiasi contesto urbano.
Ma forse è proprio questa sua difficile replicabilità a rendere il Cupydo’s Way Museum un luogo unico nel suo genere.

Quanto amore e dedizione si leggono in ogni frase di Cupydo, siamo noi a ringraziarlo per la sua attività e per l’impegno costante in questa sua piccola grande lotta culturale e artistica! Non possiamo che chiudere questa intervista con i nostri complimenti e un grande “Ad maiora semper”!!!!!!!

Grazie a voi per l’amore e la dedizione che mettere in questo straordinario progetto.
E ricordate sempre: Audentes fortuna iuvat